Storia Parrocchia

 

Dr. Domenico Grande – architetto 5, Via Fasano – 80078 POZZUOLI (NAPOLI) – I T A L Y grn dnc 52m04 c129o Tel. +39 081 5265680 +39 337 847469 04702270630 COSTRUZIONE DEL SECONDO CENTRO PARROCCHIALE “SANTA MARIA DEGLI ANGELI E SANTA CHIARA”, CON ANNESSI LOCALI DEI SERVIZI SOCIALI, IN MONTERUSCELLO 2 – LOTTO 17 – POZZUOLI (NAPOLI). ENTE CONCEDENTE: MINISTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE, DIPARTIMENTO DI NAPOLI . CONCESSIONARIO: S.E. REV.MA MONS. SALVATORE SORRENTINO, ORDINARIO PRO TEMPORE DELLA DIOCESI DI POZZUOLI S.E. REV.MA MONS. SILVIO PADOIN, ORDINARIO DIOCESANO ALL’EPOCA DEL COMPLETAMENTO DEI LAVORI. S.E. REV.MA MONS. GENNARO PASCARELLA, ORDINARIO DIOCESANO IN CARICA. Progettista e direttore dei lavori: dott. arch. Domenico Grande – Pozzuoli (Napoli). Calcoli statici: prof. ing. Francesco Cristiano – Napoli . Collaudatore delle strutture: Prof. ing. Raffaello Losardo – Napoli. Impresa costruttrice: Luigi Visconti Costruzioni S.p.A. – Napoli. Strutture di acciaio: Metalmeccanica Carannante – Napoli. Infissi e lucernari: Ar.Te.Co. – Napoli. Tensostruttura a vela: Canobbio – Milano. Marmi: Furrer – Carrara. Controsoffitti di gesso: Sorrentino – Napoli. Importo totale dei lavori del Complesso Parrocchiale, al netto del ribasso d’asta (pari al 25% circa): £.3.852.497.971, equivalenti ad attuali €.1.989.649,16. Inizio dei lavori: 25/11/1991. Fine dei lavori: 10/07/1995.

Dr. Domenico Grande – architetto Il Complesso Parrocchiale in “pillole”. Scavi nel terreno: mc 28.564 Pali trivellati di c.a. per le fondazioni: ml 1.829 Calcestruzzo per strutture di c.a.: mc 4.535 Tondini di acciaio di armatura per strutture di c.a.: kg 524.536 Rete di acciaio elettrosaldata: kg 12.423 Solai di cemento armato: mq 3.586 Guaina bituminosa per impermeabilizzazione: mq 2.992 Guaina bituminosa ramata, per impermeabilizzazione del tetto della Chiesa: mq 1.011 Grondaia di rame: ml 132 Pannelli isolanti di polistirene estruso, per la coibentazione di pareti e tetti: mq 2.765 Murature di pietra Basalto del Vesuvio: mq 1.076 Murature di pietra Tufo Campano: mq 274 Tramezzature con blocchetti di lapilcemento: mq 2.549 Tubi di acciaio ad alta resistenza (Fe 510) per la costruzione del campanile: kg 108.794 Travi di acciaio elettrosaldate per la copertura della Chiesa: kg 79.130 Cancelli, inferriate e balaustre: kg 17.713 Intonaco: mq 9.237 Controsoffitto di gesso e modanature della navata: mq 856 Pitture interne: mq 8.437 Pitture esterne: mq 2.150 Pietra Basaltina di Bagnoregio (VT) per scale, soglie, ornie, davanzali e correntini: mq 412 Lucernari, con policarbonato Lexan a doppia camera: mq 151 Pavimentazioni di gres porcellanato: mq 3.063 Pavimentazione della navata, in marmo Bianco Carrara C: mq 733 Pavimentazione della navata, in marmo Blu Venato d’Italia: mq 19 Pavimentazione della navata, in marmo Avorio di Siena: mq 7 Pavimentazione della navata, in marmo Rosso Alicante (in sost. del Rosso Montecitorio): mq 19 Pavimentazione della pedana d’altare, in marmo Acqua Bianca: mq 43 Rivestimento delle pareti della navata in marmo Botticino Fiorito: mq 274 Tensostruttura a vela: mq 300 Vetri per infissi, con camera d’aria e lastra riflettente esterna: mq 259.

Dr. Domenico Grande – architetto Con i dati sopra esposti, ritengo poter soddisfare buona parte dei “curiosi” e degli “amanti delle statistiche”, ma vi sono fatti e circostanze difficilmente spiegabili con le regole dell’aritmetica e che potrebbero comunque risultare di qualche interesse. Alla fine degli anni ’80 fui convocato da S.E. Mons. Salvatore Sorrentino, il compianto Pastore che guidò la Diocesi di Pozzuoli per tanti lustri, superando fra l’altro anche il bradisismo del ’70, quello dell’83 ed il terremoto del 23 novembre 1980. Il Vescovo mi informò che aveva ottenuto, dal Ministro della Protezione Civile, la concessione del Secondo Centro Parrocchiale di Monterusciello e che avrebbe voluto realizzare una chiesa a misura d’uomo, intorno alla quale riunire la nascente parrocchia. Egli mi parlò con entusiasmo di una chiesa africana a pianta centrale, che aveva visto e mi lasciò intendere che avrebbe gradito qualcosa di simile, in quella nuova città che stava sorgendo; un luogo dove i fedeli potessero trovare accoglimento ed i giovani un luogo di aggregazione e dove poter “insediare” una piccola comunità religiosa, da porre al servizio degli abitanti del futuro quartiere. Il progetto prese forma, a quattro mani, con l’Ordinario Diocesano e, togliendo un paio di “spicchi” alla classica figura ottagonale, venne fuori la pianta della chiesa, che ricorda la sagoma di chi invita con le braccia aperte. Facendo un salto nel passato, quello che oggi chiamano flash-back, mi ricordai di quando, bambino, andavo in chiesa a Bagnoli e capitavo dietro la colonna, senza poter vedere l’altare e…don Antonio (citato anche da S.E. Mons. Salvatore Visco, quale parroco Suo…ed anche mio, all’epoca). Quel pensiero fu sufficiente a scatenare la lotta contro le leggi della statica. In rapporto alla vastità della parrocchia, l’aula ecclesiale doveva risultare abbastanza grande, quindi le dimensioni si presentavano notevoli ed anche la lunghezza delle travi del tetto, per cui sarebbe stato consigliabile posizionare delle colonne intermedie nella navata, ma in quel modo si sarebbe perso l’effetto sui fedeli della “pianta centrale” e la libertà di visuale. Da ogni punto della chiesa, invece, si sarebbe dovuto seguire la celebrazione senza ostacoli e quindi nacque l’idea del campanile, come unico sostegno che nasceva al centro del presbiterio, davanti all’abside. Un campanile dalle molte funzioni: un ciborio sopra l’altare, un pilastro tristilo dove ancorare le travi del tetto, un pilone dove agganciare una grande vela esterna a copertura del sagrato ed infine il sostegno per una cella campanaria, così in alto, da poter diffondere i rintocchi in tutto il quartiere. Alla fine, secondo una mia vecchia abitudine, i primi disegni passarono al vaglio di zia Maria, la quale, da vecchia sarta, aveva un innato senso estetico, ma soprattutto pratico. Mostrai uno schizzo della facciata privo di simboli, e lei, anticipando la domanda, mi chiese subito di quale chiesa si trattasse. Mi sembrò un buon inizio. Sfruttando la pendenza del terreno, venne previsto un piano sottostante la chiesa, da adibire a teatro ed auditorium e fu collocato il complesso della canonica, aule e servizi vari, in posizione laterale e con pianta a forma angolare, per ottenere in tal modo un giardino interno riparato, una sorta di chiostro, ove rinfrancare lo spirito deambulando.

Dr. Domenico Grande – architetto Per sottolineare la gerarchia costruttiva, la canonica doveva essere semplicemente intonacata e dipinta di chiaro, mentre la chiesa sarebbe stata realizzata con muratura di pietra vesuviana, tagliata a filari regolari, secondo l’antica tradizione delle cattedrali gotiche. Quest’ultima scelta progettuale, certamente durevole nel tempo, avrebbe rispettato, senza saperlo, anche le norme del piano paesistico dei Campi Flegrei, emanate nel decennio successivo. La gara di appalto fu gestita dal Dipartimento della Protezione Civile ed il contratto venne firmato nell’attuale salone vescovile. Era di sera ed il Sig. Luigi Visconti, titolare dell’impresa vincitrice, visibilmente emozionato, disse a Mons. Sorrentino di sentirsi onorato di costruire per la prima volta una chiesa, dopo tanti anni di attività. La posa della prima pietra avvenne con una cerimonia solenne, con tanto di pergamena incapsulata, secondo la tradizione, nel cemento delle fondazioni. I lavori sono durati circa 4 anni e non sono mancati i problemi, gli affanni e le cose da ricordare, come il notevole ritardo nella consegna dei tubi del campanile, per esempio. Trattandosi di acciaio ad alta resistenza ed essendo tubi di grosso diametro, ma soprattutto di enorme spessore, non fu possibile reperirli sul territorio nazionale, pertanto giunsero dall’acciaieria tedesca Mannesmann. Sta di fatto che, in quel periodo, veniva all’attenzione mondiale la questione dell’Iraq e quindi…i tubi furono fermati alla frontiera per approfondita verifica doganale, col timore che si trattasse di ricambi per i “cannoni di Saddam Hussein”. Anche per il reperimento della pietra vesuviana vi furono difficoltà, dato il grosso quantitativo ncessario e, secondo quanto riportavano i tecnici dell’impresa esecutrice, pare si fosse ricorso anche all’antica cava di “Villa Inglese” a Torre del Greco. Vera o falsa, questa notizia fece molto piacere a Mons. Sorrentino, trattandosi del suo paese natale. Verso la fine dei lavori (ed anche dei soldi disponibili) si dovette procedere con grande parsimonia, cercando di utilizzare le ultime risorse nel modo più proficuo. Il dinamicissimo nuovo Vescovo, Mons. Silvio Padoin, aveva posto l’inaugurazione della chiesa fra le priorità ed aveva già indicato, quale futuro parroco, don Alberto Nisolini, quindi bisognava fare in modo che fosse completato, nel più breve tempo possibile, tutto il necessario. O quasi tutto. Infatti, per motivi di stretta economia, l’altare venne realizzato con le scaglie di basalto rimaste nel cantiere e con un semplice lastrone di marmo bianco. Don Salvatore Visco, all’epoca non ancora Vicario, suggerì di porre almeno una piccola croce dei quattro angoli della mensa d’altare e l’intarsio fu eseguito a titolo grazioso dalle maestranze. Grazie ancora per il consiglio, Eccellenza. Ora l’altare c’era, ma mancava solo di un’icona e la Provvidenza fece incontrare don Alberto con Vito, il quale si offrì di eseguire una copia del Crocifisso di San Damiano, da regalare alla nuova parrocchia. Egli era un funzionario comunale ed una persona estremamente semplice e di gran cuore, quindi il nome sarà sufficiente a ricordarlo a quanti hanno avuto l’onore di conoscerlo. Anche durante la celebrazione funebre, don Alberto volle ricordare, nella commozione generale, quel suo bel gesto. Alla fine, non avendo tempo, l’icona venne sospesa sull’altare con una catenella, per consentire la celebrazione della prima Santa Messa di consacrazione della chiesa.

Dr. Domenico Grande – architetto Come si può facilmente capire, si fece a meno di tante altre cose, che vengono ora citate col solo fine augurale, affinché si possa provvedere nel futuro. Secondo il progetto, ad esempio, i 42 finestroni del tamburo dovrebbero essere muniti di vetrate istoriate, così come i portoni di ingresso; ciò per isolare l’aula e filtrare la luce, rendendola colorata e meno intensa. La sola luce bianca, zenitale, dovrebbe scendere sull’altare, sul battistero e sulla cappella feriale, affinché essa, come un riflettore, possa illuminare le celebrazioni ed indurre l’assemblea a seguirne l’origine, volgendo lo sguardo verso l’Altissimo. Va altresì riconosciuto che, nel frattempo, molte opere sono state già eseguite e tanti nuovi lavori vengono programmati, con caparbietà ed abnegazione, dal parroco attuale, don Gennaro Leone, il quale si prodiga anche per la manutenzione del complesso, che come tutte le cose materiali, hanno una loro vita, una loro, più o meno lunga, durata. Sulla faccia della Terra, di eterno, c’è solo il nostro Padre Celeste. In questi giorni si celebrano i 12 anni dalla ultimazione dei lavori, quindi non c’è da meravigliarsi se siamo appena all’inizio, soprattutto se si pensa alle costruzioni ecclesiali di un tempo. Per fare le cose difficili, ci vuole un coraggio da Leone: nomen omen! Pozzuoli, 4 giugno 2007